Shoah: senso di oggi, seme di domani

di Giacomo Molinari

E così, in sordina, svicola via ancora la Giornata della Memoria.
Con le celebrazioni di rito, il passaggio di due minuti al tg, le immagini agghiaccianti della rappresentazione in Terra dell’inferno: quell’Auschwitz che a più di sessant’anni di distanza dalla fine della guerra è ancora capace di ammutolire i visitatori che vi si recano, prova concreta della follia senza limite che la paura e l’ignoranza possono produrre.
Ma di fronte a tutto questo, una domanda dovrebbe insinuarsi spontaneamente nelle nostre menti, un dubbio strisciante e maledetto capace di toglierci il sonno; che senso ha, oggi, testimoniare la Shoah?
Alt, non allarmatevi; non si tratta qui della follia negazionista di chi si ostina a respingere l’esistenza del peggior massacro della storia dell’Umanità.

Si tratta di riflettere sul significato che diamo oggi a quell’orrore, nelle nostre vite, nella quotidianità; ci tremano i polsi vedendo le baracche dove dormivano stipati come bestie gli infelici prigionieri del campo, ma giriamo gli occhi dall’altra parte di fronte ai barconi della disperazione che sempre più numerosi cercano di attraccare alle nostre coste.
Proviamo rispetto e ammirazione per la resistenza degli eroici internati del ghetto di Varsavia, ma vorremmo vedere sbattere in galera i clandestini che protestano per le disumane condizioni di vita dei CIE.
Ci accendiamo di sacra furia guardando le fotografie degli ebrei costretti a cucire sui loro vestiti l’infamante stella gialla, simbolo evidente della discriminazione, ma non ci preoccupa il fatto che le automobili degli abitanti arabi di Gerusalemme portino una targa diversa da quelle degli israeliani, per identificarle subito e trattarle di conseguenza.
Ora, non voglio mettere a confronto situazioni storiche profondamente diverse; la follia nazista (almeno nella sua forma istituzionalizzata) è stata cancellata e tutti noi speriamo di non doverci trovare ad affrontarla ancora. Ma la mentalità, la subdola paura del diverso, del disimpegno, della disattenzione – anzi, della disaffezione – per il destino di chi ci sta intorno, è viva e forte, e troppe volte presente nella cronaca dei nostri anni turbolenti; è, per dirla con Primo Levi, il primo anello di una catena. La cui espressione massima, finale, è il lager.
E’ quello, oggi, il nemico che dobbiamo combattere. Per impedire che nuove catastrofi come quella testimoniata dall’infernale Auschwitz possano ripetersi.

La mattina di ieri, 27 gennaio, ci trovavamo in una scuola professionale a parlare di mafia coi ragazzi del primo anno.
Istituto difficile, storie di disagio sedute l’una a fianco all’altra tra i banchi; eppure, la curiosità mostrata da quei ragazzi (troppe volte dimenticati dalla cultura “Ufficiale”), la loro volontà di capire, ci hanno colpito. Moltissimo.
Ecco, essere lì con QUEI ragazzi è stato un bel modo per celebrare la Giornata della Memoria. Gettando insieme i semi di un domani più giusto abbiamo probabilmente reso omaggio nella maniera migliore alle povere vittime della barbarie nazista, raccogliendo quel testimone che mani innocenti hanno lasciato sul filo spinato delle recinzioni dei lager.
La promessa d’impegnarci perché nessun altro uomo debba soffrire quel che hanno sofferto loro.
Mai più.

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