“Trattiamo la Trattativa”, incontro con l’on. Davide Mattiello

Articolo di Claudia Isoli

“Lo Stato e la Mafia sono due poteri che occupano lo stesso territorio, o si fanno la guerra, o si mettono d’accordo” dice la famosa frase di Paolo Borsellino.

Trattativa. Una parola che di primo impatto rimanda automaticamente a quegli episodi di negoziazione avvenuti tra alcune istituzioni italiane e membri di Cosa Nostra in seguito alle stragi tra il ’92 e il  ’93, per porre termine agli attentati solo in cambio di un’attenuazione della pena, per i mafiosi, prevista dal 41 bis.

Ma qual è in realtà la vera accezione di Trattativa? Quanto questa attività può essere ritenuta utile, legittima e soprattutto giustificabile?

Mattiello inizia così il dibattito ricordando il senso di Trattativa, ovvero un’attività indubbiamente pericolosa, ma ritenuta talvolta necessaria  se finalizzata al perseguimento di un obiettivo di contrasto al fenomeno criminale.
Fu una trattativa con alcuni singoli esponenti delle mafie ad avviare il fenomeno del pentitismo (come fu una trattativa con alcuni esponenti del terrorismo brigatista ad avviare l’analogo fenomeno della dissociazione); ma si trattava in questo caso di un’attività, per quanto pericolosa, dai confini e dagli obiettivi netti e ben tracciati.

Di conseguenza egli inizia con la “trattazione della trattativa” premettendo di riferirsi solamente a quei fatti avvenuti tra il 1982 (fallito attentato all’Addaura nei confronti di Falcone) e il 1994 (fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma).
Questa “trattativa della trattativa” può risultare, da certi punti di vista, discutibile; tuttavia risulterebbe ingiusto considerarla illegittima, perché facendo ciò bisognerebbe arrivare a negare tutte le azioni compiute nel corso degli ultimi anni da Falcone e Borsellino, Caselli, Dalla Chiesa e durante il processo Minotauro. Tutte azioni svolte secondo dei principi, volte al bene comune.

Eppure non in tutti casi questo tipo di negoziazione è stata svolta per il semplice obiettivo del mantenimento dell’ordine pubblico, come detto prima.
Troppi buchi nella storia del nostro paese, troppe stragi irrisolte, troppe vittime che chiedono ancora giustizia e verità. Di fronte a questi dubbi sorge quindi una domanda: in queste situazioni, qual è stata la posizione assunta dallo Stato? È davvero solamente la Mafia ad essere coinvolta? O forse dietro tutto questo esiste un sistema di rapporti che si è venuto a creare tra Mafia e Stato, con fini ben lontani dal bene collettivo?

Alla luce di queste riflessioni Mattiello ha quindi proposto una classificazione della Trattativa, che assume dunque tre possibili significati.

Il primo caso riguarda la trattativa di singoli con le organizzazioni criminali; personaggi che a vario titolo abbiano avuto a che fare con Cosa Nostra, desiderosi di salvarsi dalla vendetta successiva alle condanne del Maxiprocesso.

Il secondo caso riguarda la trattativa che prevede un rapporto utilitaristico che lo Stato ricerca con la criminalità per motivi di sicurezza. Nota è la collaborazione con Provenzano per catturare Riina. Ma esiste anche un caso molto più recente, come la liberazione di Greta e Vanessa.

Infine troviamo il terzo e ultimo caso, ovvero la Trattativa più indicibile e dolorosa, chiamata da Nando Dalla Chiesa “Il movimento della convergenza”.
Con essa si intende quel tacito accordo tra apparati dello Stato e mafiosi nel momento in cui entrambi trovano un interesse reciproco nell’uso della violenza.

Ad esempio, nel fallito attentato a Giovanni Falcone.
All’ Addaura, nella sua casa al mare, Falcone quel giorno non doveva esserci: stava lavorando alle indagini e solo all’ultimo cambiò idea recandosi sul posto.
Quel 20 giugno 1989 trovò una bomba ad aspettarlo, che tuttavia non si innescò. Colui che se ne accorse fu Nino Agostino, poliziotto. Il 5 agosto dello stesso anno Nino venne ucciso insieme a sua moglie, Ida, le cui ultime parole furono “Ma io so chi siete!”, rivolte ai suoi aguzzini.
Non poteva trattarsi di uomini di Cosa Nostra, Ida poteva conoscere al massimo i colleghi di Nino.

O come al seguito della strage di Capaci quando Loris D’Ambrosio, magistrato e braccio destro di Falcone, ai giornalisti dichiarò: “Nessuno mi toglierà mai dalla testa che qualcuno da dentro il Palazzo sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo venerdì verso Palermo” alludendo all’abitudine del giudice di recarsi a Palermo a trovare la giovane moglie, Francesca Morvillo, magistrato anch’essa, morta nella strage del maggio ’92.

Vicende oscure, la cui verità ancora non emerge, capaci di condizionare i destini della Seconda Repubblica.

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