Diario di bordo “A sud di nessun nord” (carovana antimafia 2014 di Libera Piemonte)

28 agosto- partenza ufficiale

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″Siamo partiti da Torino intorno alle 17, carichi e emozionati. Arrivati a Genova, ci siamo imbarcati verso Palermo quando il sole ci aveva già regalato un bellissimo tramonto. Con il vento in poppa, abbiamo cominciato la traversata…”

29 agosto- arrivo a Palermo

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Palermo

“Dopo un giorno e una notte di viaggio, siamo finalmente sbarcati a Palermo. Ci hanno accolti diversi ragazzi del coordinamento di Libera Palermo, per poi condurci a visitare questa bellissima città. Palermo, di sera, con tutto quel movimento di giovani e meno giovani allegri, che affollavano le viuzze del centro, era ancora più bella. Palermo, con tutte le sue complessità, l’incredibile mix di culture che la compongono, ci ha aperto lo sguardo verso una terra bellissima, ma piena di contraddizioni, incrinata dal degrado di alcune zone, satura di decadenza. Iniziavamo già a innamorarci di questo affascinante Sud.”

 

30 agosto- nel palermitano

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Portella della Ginestra

“La prima giornata di “carovana” effettiva è stata sabato 30 agosto. Nella notte prima abbiamo dormito nel centro ippico “Giuseppe Di Matteo” a San Giuseppe Jato. Appena svegli, la valle dello Jato ci ha mostrato la sua alba migliore, accompagnata da un’aria fresca e frizzante di montagna. A bordo dei pulmini, ci siamo diretti verso la cooperativa Placido Rizzotto, dove si produce il famoso vino “Cento Passi”. Ci ha guidato fin qui e in tutte le tappe della valle dello Jato Francesco, socio della cooperativa. Abbiamo visto i tantissimi ettari dove vengono coltivate le varietà di uva e le cantine dove vengono lavorate. Abbiamo potuto vedere da vicino cosa significa gestire una cooperativa sociale, al fine di restituire un prodotto della massima qualità, nei rispetti delle leggi e dell’ambiente circostante.
In seguito, Francesco ci ha portato in un altro luogo carico di significato: siamo arrivati, facendoci spazio fra una vegetazione invadente, attraverso stradine sterrate in salita, al Giardino della Memoria di San Giuseppe Jato. Un casolare bianco, ben tenuto, ma completamente isolato, al centro di una piana stepposa disabitata. Proprio in quel casolare, nel 1996, il piccolo Giuseppe Di Matteo trascorse gli ultimi giorni della sua prigionia, prima di essere ucciso dai sicari di Giovanni Brusca. Giuseppe aveva solo una colpa: quella di essere figlio di un pentito, le cui dichiarazioni ponevano Brusca in una posizione sfavorevole, nell’ambito del processo della strage di Capaci. All’interno della casa, è stato lasciato tutto come lo hanno trovato i carabinieri: c’è ancora il buco nel pavimento scavato dalle forze dell’ordine per accedere al piccolo bunker, c’è ancora la misera stanzetta dove era tenuto prigioniero, c’è ancora la vecchia branda dove gli incubi notturni si confondevano con quelli che viveva di giorno. Per tutti noi, è stato un momento molto forte. Ci siamo sentiti caricati della responsabilità di far conoscere questa storia, di rendere di nuovo “vivo” quel casolare. 
Più tardi, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare (e per alcuni di rivedere) la famiglia Agostino, che ci aveva invitato a pranzo. Siamo arrivati in massa, tutti in punta di piedi, per timore di abusare della gentilezza di Vincenzo, Augusta, Flora, Giovanni e tutti coloro che ci avevano accolto. Ma il calore delle risate, della teatralità siciliana che ci hanno rivolto, ha sciolto subito il ghiaccio. Ci siamo sentiti di colpo fra amici, come se fossimo stati tutti una grande famiglia riunita a ferragosto. Ed è questa la vera mossa vincente: la qualità delle relazioni umane. Perché dopo questo bellissimo incontro, nella mente di ognuno di noi il nome di Nino Agostino e Ida Castelluccio non sono solo storie, date di omicidi e dettagli di un processo. Sono i volti di Vincenzo e Augusta, i genitori di questo ragazzo che, nonostante i loro 25 anni di dolore, ci hanno accolto con amore e profonda dignità. Sono le parole di Vincenzo che ci ricorda di camminare sempre a testa alta, senza farsi comandare da nessuno. Questo pranzo ci ha commossi tutti, ognuno a modo suo.
E le emozioni non erano affatto finite. Verso sera, prima del tramonto, ci aspettavano al memoriale di Portella della Ginestra altre due persone speciali: Mario e Giovanni, due sopravvissuti alla strage. Si presentano, due dolcissimi vecchietti, e iniziano a raccontare quel primo maggio del ’47: la forza delle loro parole, la commozione che trapelava dalla narrazione di alcuni particolari, ci colpisce profondamente. Sorretti dai bastoni, un po’ piegati in avanti dalla stanchezza, hanno mostrato una grinta di vivere e di lottare straordinaria. Mario ci ha detto che abbiamo vinto, e che grazie al loro impegno noi oggi possediamo l’arma più potente di tutte. E’ piccola, lunga appena dieci centimetri: è la penna. La penna con cui potersi esprimere, liberamente. La base su cui appoggiarsi per costruire un cambiamento. Perché senza cultura, senza consapevolezza, non potrà mai esserci alcun barlume di libertà.”

31 agosto- dal trapanese a Naro

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Marsala

“Abbiamo salutato l’ultima alba della valle dello Jato per avviarci, in mattinata, verso Marsala. Siamo stati accolti da un simpaticissimo gruppo del coordinamento di Libera Trapani, in un bene confiscato che dista poche centinaia di metri dal mare. Nonostante si stessero per mettere a tavola, anche loro si sono dimostrati molti gentili e disponibili: dopo esserci messi tutti in cerchio, ci hanno raccontato le realtà che si intrecciano più o meno intensamente nel trapanese, i percorsi che intraprende Libera e le difficoltà a cui ovviamente vanno incontro. Salvatore per esempio, ci ha raccontato il suo lavoro: essendo assistente sociale che si occupa di minori colpevoli di reati penali, incontra spesso giovani che, intrisi di mafiosità, hanno commesso delitti direttamente riconducibili all’ambiente della criminalità organizzata. Quello che fa Salvatore non è altro che dargli la possibilità di scegliere: gli permette di conoscere un altro modo di vivere, di trattare la gente, di considerare i diritti delle persone. Tutto questo attraverso una grande pazienza e soprattutto umiltà: alla fine del percorso, dopo aver incontrato familiari di vittime di mafia, testimoni, aver partecipato al 21 marzo, banalmente aver provato l’emozione dell’aereo per la prima volta, questi ragazzi non sono costretti a “pentirsi” e cambiare per forza. Però, a differenza di molti altri, hanno la consapevolezza dell’alternativa. Di conseguenza, possono essere responsabili di ciò che scelgono.
Per pranzo, ci siamo spostati al terreno confiscato dove sorgerà a breve la cooperativa “Rita Atria” di Castelvetrano. All’interno dell’edificio, abbiamo trovato delle scritte che un anonimo abitante del posto aveva inciso su quasi tutte le pareti. E’ stato interessante osservare questo tipo di approccio: erano frasi indubbiamente contro la mafia, ma cariche della stessa violenza che questa rappresenta. Una ad esempio, accanto a un omino stilizzato impiccato, diceva “Messina Denaro vigliacco cane bastardo”, altre ancora riportavano insulti ancora più pesanti. Talvolta accanto a frasi più civili, di cui la più bella è stata sicuramente “Rita Atria vive”. Uno spunto su cui riflettere, perché si tratta sì di un’opera dettata da una mano emozionata, magari ancora nella fase iniziale della presa di consapevolezza, ma che rappresenta una Reazione del territorio decisamente notevole.
Mentre ci spingevamo ancora verso sud, seguendo il corso della costa occidentale dell’isola, abbiamo fatto tappa a Agrigento, presso una meravigliosa scogliera conosciuta come “Scale dei Turchi”. Un tuffo velocissimo, accompagnati da un altro tramonto meraviglioso, e siamo saltati di nuovo a bordo dei pulmini. Quella sera siamo stati ospitati dalla cooperativa sociale “Rosario Livatino” di Naro. Appena arrivati, ci hanno raccontato la storia di questo bene confiscato che gestiscono da due anni, le piccole-grandi vittorie che sono riusciti a ottenere, le difficoltà quasi quotidiane che incontrano. Nonostante siano solo quattro i soci che se ne sono presi carico, la cooperativa produce regolarmente e coinvolge anche tanti giovani durante il periodo dei campi di volontariato di “E!State Liberi”. Stanchissimi e soddisfatti della giornata, ci siamo addormentati subito, mentre le cicale dei prati frinivano nel buio…”

 

 01 settembre- da Agrigento a Catania

Catania

Catania

“La mattina del primo settembre la sveglia è suonata più presto del solito. Siamo ripartiti da Naro per dirigerci verso Agrigento, ripassando in mezzo al paesaggio collinare che ci aveva dato il benvenuto la sera prima. Arrivati a Agrigento, abbiamo visitato la Valle dei Templi, e abbiamo cercato un posticino all’ombra che potesse ospitarci tutti, per dedicare un momento alla condivisione interna di emozioni e riflessioni che questa Sicilia ci aveva suscitato. Attraverso momenti come questi, abbiamo avuto modo di conoscerci meglio, mettendoci “a nudo” davanti agli altri, stringendo ogni giorno di più le relazioni che si intrecciavano all’interno del gruppo.
Dopo un super pranzo collettivo, abbiamo imboccato la strada per Catania, dove siamo arrivati nel pomeriggio. Ci siamo fermati alla cooperativa “Beppe Montana”, una bellissima struttura fresca di ristrutturazione, circondata da campi coltivati a ulivi, aranci e presto anche a legumi. Appena sistemati nelle camerate, abbiamo avuto la possibilità di mettere letteralmente le mani nella terra, aiutando Alfio e gli altri soci a spollonare gli ulivi, raccogliere le plastiche che il vento aveva sparso per gli aranceti, posare i tubi per l’impianto di irrigazione. Sono state ore di forte emozione, perché ognuno di noi ha potuto prendere parte alla cura di quel luogo, aggiungendo il suo nome alla lunghissima lista di persone che hanno scelto di contribuire alla rinascita di quel bene, al fine di renderlo comune. 
A sera, stanchi fisicamente ma ancora affamati di conoscenze, abbiamo ascoltato il coordinamento di Libera Catania, eccezionalmente riunito al completo per noi. Abbiamo anche avuto modo di conoscere Dario Montana, il fratello di Beppe, che insieme agli latri membri del coordinamento si impegna ogni giorno per la rinascita e il riscatto di questo territorio. Ci hanno raccontato i percorsi che Libera ha intrapreso in ambito di assistenza antiusura e antiracket, educazione nelle scuole, sensibilizzazione della comunità. Ci hanno mostrato un quadro molto complesso, di un territorio fortemente saturo di mafia, di collusione e di luoghi comuni che spesso ostacolano il dialogo e la speranza di cambiamento. Dall’altra parte però, c’è anche un fermento silenzioso e paziente che, senza protagonismi, sta ripartendo dall’educazione e dall’ascolto delle persone, dai più piccoli fino agli adulti, sta intraprendendo rapporti con le istituzioni, si sta costituendo parte civile nei processi di mafia e corruzione. Tutto questo non solo sotto il nome di Libera, ma anche in collaborazione con le associazioni del posto, per contribuire a raggiungere un obiettivo comune, non per aggiudicarsi grandi titoli che facilmente cadono nell’autoreferenzialità.
Con tanti bei volti ancora stampati nella mente, abbiamo salutato i membri del coordinamento con una fantastica foto di gruppo, testimone dell’emozione che quella giornata ci ha regalato.” 

02 settembre- Reggio Calabria e Polistena

Polistena

Polistena, con Michele Albanese

“La mattina dopo era già ora di salutare la Sicilia, per imbarcarci, arrivati a Messina, alla volta della Calabria. Dopo la breve traversata, siamo sbarcati a Reggio Calabria, a mattinata inoltrata. La città ci ha dato subito un’impressione di inaspettato silenzio, le strade praticamente deserte, sotto il sole secco della tarda mattina. Ci siamo diretti verso il palazzo della Regione, dove da circa due anni è nata la “Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità” dedicata a Dodò Gabriele. Dodò è un’altra giovane vittima innocente di ‘ndrangheta che, nel 2009, è rimasto ucciso in una sparatoria, mentre giocava a calcetto ed era appena undicenne. Nel nome della sua memoria e di tutte le altre vittime, in quella bottega si vendono solo prodotti provenienti dal riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia, nel rispetto delle leggi, dei lavoratori e dell’ambiente. Nella bottega abbiamo conosciuto Lucia, dello sportello “Giustizia” del coordinamento di Libera Reggio Calabria. Ci ha descritto uno scenario molto interessante, che in alcuni aspetti assomigliava alla Sicilia che avevamo salutato poche ore prima, in altri componeva un ambiente profondamente diverso, pervaso da un clima di generale assoggettamento alle prepotenze criminali. Un clima a cui non sempre risponde una rete di coscienza civile e associazionistica radicata e coesa. A Reggio, per esempio, si lavora in maniera molto diversa rispetto all’entroterra, dove la pressione mafiosa si percepisce ancora di più. Ma nessuno dei membri del coordinamento sembra scoraggiato: lo stesso volto giovane e pieno di entusiasmo di Lucia ci suggerisce un cambiamento che, lentamente ma inesorabilmente, comincia già a farsi sentire.
Scanditi da un fitto programma da rispettare, abbiamo salutato Lucia e ci siamo incamminati verso la seconda tappa della giornata intorno all’ora di pranzo. Oggi era a Polistena che ci aspettavano: siamo stati accolti in un grande edificio a più piani, che abbiamo scoperto essere un bene confiscato alla ‘ndrangheta, adesso restituito alla collettività. Abbiamo conosciuto i soci della cooperativa Valle del Marro, che gestisce numerosi ettari di terreno confiscato nella Piana di Gioia Tauro e produce olio, ortaggi sott’olio, vino, olive e agrumi biologici. Tanti ragazzi determinati e entusiasti del proprio lavoro, eternamente innamorati della loro terra, si dedicano ogni giorno alla gestione della cooperativa, al contatto con scuole e gruppi di volontariato e scout, alla distribuzione dei prodotti in Italia e all’estero. Quel pomeriggio, in particolare, hanno organizzato una conferenza assieme alla FLAI (Federazione Lavoratori Agroindustria) della Piana di Gioia Tauro, sul tema dello sfruttamento del lavoro agricolo, soprattutto quello subito dai numerosi migranti che sbarcano in Calabria. Esistono infiniti stratagemmi di cui la criminalità si serve per spremerli fino all’ultimo, calpestando ogni diritto o tutela, tra i quali spicca il sistema del caporalato, considerato il più diffuso e redditizio (per gli sfruttatori) nella Piana.
Alla sera siamo stati ospitati in una ex scuola primaria, ora adibita a accoglienze di giovani cattolici e scout della zona e provenienti dall’estero. Dopo una gustosa e abbondante cena all’insegna della cucina calabrese, è iniziato l’ultimo incontro della giornata. Uscito di casa per la prima volta da tre giorni, è venuto apposta per parlare con noi Michele Albanese. Michele ha una storia particolare, che ci ha colpito profondamente: è un giornalista che, siccome faceva “troppo bene” il suo lavoro, due mesi fa è stato messo sotto scorta. Un’intercettazione scoperta dalla prefettura aveva rivelato che la ‘ndrangheta voleva farlo saltare per aria, in seguito a un suo articolo scioccante che raccontava, per primo, l’inchino della Madonna delle Grazie al boss nella processione di Oppido Mamertina. Da due mesi Michele non può uscire di casa se non scortato dai due agenti che gli sono stati assegnati. Anche se loro si dimostrano sempre disponibili ad accompagnarlo ovunque, per Michele sta diventando un vero e proprio “inferno”, come lui stesso lo ha definito. Ce lo ha chiesto esplicitamente: «Aiutateci! Raccontate nei vostri territori cosa sta succedendo in Calabria». Perché nessuno dei calabresi onesti ha intenzione di cedere, ma per vedere i loro sogni realizzati, è necessario il contributo di tutti. Ci portiamo a casa un esempio di grande coraggio, dettato a sua volta da una grande dignità e un amore sconfinato che Michele nutre per la sua terra. Quella sera lo abbiamo ringraziato di cuore.”

03 settembre- tra Calabria e Campania

Polistena, con Don Pino De Masi

Polistena, con Don Pino De Masi

“Alla mattina del giorno successivo, abbiamo conosciuto direttamente un’altra persona speciale, che da tanti anni si batte in prima fila per contrastare l’oppressione mafiosa della Piana. Abbiamo incontrato Don Pino De Masi, referente di Libera per Gioia Tauro e vicario della diocesi di Oppido-Palmi. Don Pino ci ha raccontato la sua lotta, che dura da quando è stato nominato parroco di Polistena. Don Pino è riuscito a rimanere indipendente e intraprendere percorsi virtuosi e di educazione, solo perché si è opposto da subito, fin dal primo giorno, a qualsiasi compromesso con le ‘ndrine del posto. E le ritorsioni non hanno aspettato a farsi sentire: la diffamazione mediatica, specialità delle cosche dei piccoli centri, ha ostacolato parecchi progetti che Don Pino e i ragazzi avevano messo in piedi. Ma non si sono mai piegati, anche perché non si sono mai fatti trovare in contrasto tra loro, hanno sempre lavorato insieme, appoggiandosi l’uno all’altro. Ci ha fornito anche una riflessione molto interessante sul ruolo della chiesa, fondamentale e determinante soprattutto nei piccoli centri della Piana. Si può scegliere da che parte stare, e l’opera di don Pino e i ragazzi ne è la prova: si può seguire modello del parroco di Oppido Mamertina, far inchinare la madonna davanti alla casa del boss, oppure si può decidere di essere “altro” rispetto a mafia, convivenze, piccoli compromessi e tornaconti. Per esempio, si può scegliere di ridare vita ai beni confiscati, organizzare le feste religiose senza accordi con la famiglia del posto, raccontare ai ragazzi che un futuro diverso e ipoteticamente migliore, è possibile anche nella Piana di Gioia Tauro.
L’ultimo incontro calabrese lo abbiamo avuto prima di pranzo, quando abbiamo visitato il poliambulatorio di Emergency, sistemato in uno dei tanti piani del bene confiscato che avevamo visto il giorno prima. In quel contesto, il neonato ambulatorio fornisce un servizio preziosissimo ai tanti migranti che vivono nella zona. Da circa un anno infatti, è diventato un punto di riferimento per tantissimi stranieri che, appena arrivati o comunque non informati a sufficienza, non sanno come rivolgersi al sistema sanitario nazionale. Nell’ambulatorio invece, appena arrivati ricevono una visita gratuita garantita, assieme all’assistenza necessaria per essere curati negli ospedali nazionali.
Dopo pranzo, è arrivato il momento di salutare tutti i simpatici ragazzi che ci avevano ospitato e incamminarci (metaforicamente) verso la Campania. Con un viaggio lungo e stancante, ma decisamente alleggerito dalla felicità di stare insieme, abbiamo toccato il suolo campano quando il tramonto era passato da un pezzo. Per prima cosa, ci siamo fermati in una pizzeria per addentare, il prima possibile, un’autentica pizza napoletana, con tanto di mozzarella di bufala. Soddisfatti della cena, siamo stati ospitati da Roberto nella cooperativa “Terre di Don Peppe Diana” a Castelvolturno. Roberto, insieme ad altri pochi ragazzi, produce in quel bene confiscato la prelibatissima mozzarella di bufala campana targata Libera Terra. Con il calore e la gentilezza di un parente stretto, ci ha fatti sistemare nelle camere e ci ha raccontato, fra la sera di mercoledì e la mattina di giovedì, l’attività del caseificio, che da due anni è in gestione della cooperativa. Quando eravamo ormai vicini alle ore piccole, c’è stato chi si è rifugiato nel primo letto trovato libero, e chi ha acceso un falò sotto le stelle, con ancora sufficiente energia per suonare e cantare in compagnia…”

04 settembre- Casal di Principe e ultima tappa: Scampia!

Casal di Principe

Casal di Principe

“L’ultimo giorno di carovana è iniziato con una fantastica colazione a base di cornetti napoletani che Roberto aveva procurato appositamente per noi, dimostrandosi ancora una volta accogliente e affettuoso. Subito dopo ci ha mostrato con cura il caseificio, i passaggi di produzione e gli accorgimenti che mettono in atto per produrre una mozzarella di massima qualità e nel rispetto dell’ambiente. Siamo rimasti colpiti da quanto lavoro ci sia dietro a queste cooperative, un carico che chi sceglie di intraprendere questa strada sopporta con grande tenacia e entusiasmo. 
Dopo aver lasciato in dono a Roberto un vasetto di miele proveniente da Cascina Caccia, (omaggio che abbiamo riservato a tutte le persone che incontravamo) siamo giunti a Casal di Principe. Lì abbiamo incontrato Francesco Diana, che ci ha mostrato un bene confiscato nel centro della cittadina e ci ha raccontato come lo hanno restituito alla collettività. Per prima cosa, questa bellissima casa non esclude nessuno, perché i muri, precedentemente alti e spessi, adesso sono bucati al centro, in modo da far entrare chi vuole. All’interno del cortile ci sono calcio balilla, mini basket e altri giochi che possono intrattenere i tanti giovani che animano quel luogo con la loro presenza, con la loro semplice voglia di stare assieme. E proprio tramite questo canale che i ragazzi che gestiscono quel bene, passano il loro messaggio di legalità. Perché in quel bene si può certo giocare, ma senza offendere o escludere nessuno, portando rispetto alle persone e ai giochi che si utilizzano. Da quella casa passano ogni giorno tantissimi bambini e ragazzi, ci vengono a fare le gite scolastiche, i ritiri scout, banalmente ci entrano per curiosare i ragazzini del quartiere. Si tratta di uno dei tanti modi che le associazioni come Libera utilizzano per costruire comunità.
Prima di pranzo avevamo un altro incontro molto interessante, direttamente nel palazzo municipale della città. Abbiamo conosciuto di persona Renato Natale, attuale sindaco di Casale neoeletto nel giugno di quest’anno. Ma quello che lo contraddistingue non è solo il suo titolo istituzionale. Vecchio amico e compagno di Don Peppe Diana, ha sempre rappresentato la lotta contro la camorra di Casale: membro di numerose associazioni, tra cui Libera, ha portato avanti un percorso di riutilizzo dei beni confiscati e educazione alla legalità fin dagli anni novanta, nonostante le terribili minacce e intimidazioni che successivamente ha subito. Ma Renato Natale non si è mai rassegnato, non ha mai rinunciato al sogno di una Casale diversa. Del suo impegno si sono visti molti frutti, di cui la sua recente elezione ne è un esempio. Abbiamo conosciuto una persona molto determinata, affezionata alla sua terra tanto da non abbandonarla nonostante le enormi difficoltà; un altro esempio di dignità e profonda umanità.
A pranzo abbiamo mangiato nel ristorante “NCO”, che sta come “Nuova Cucina Organizzata”, un bene confiscato che ora è diventato luogo di incontro e di consumo etico. Il nome stesso è stato scelto in risposta a ciò che quella casa ospitava precedentemente, che invece si chiamava “Nuova Camorra Organizzata”, un gruppo criminale formatosi negli anni ’70 che raggruppava i clan più violenti e sanguinari della zona.
Dopo pranzo ci siamo diretti alla sede dell’associazione Work in Progress, un gruppo giovanile che sta attualmente occupando un bene confiscato, assegnato loro dall’amministrazione con carattere provvisorio. Si occupano di educazione e sensibilizzazione, oltre che creare un centro di aggregazione per i giovani come loro. Altri volti, altri ragazzi che si battono per un sogno, perché lo desiderano anche per gli altri, lo desiderano per una città intera. 
Li abbiamo salutati con grande ammirazione, è bello incontrare dei compagni di ideali, dei coetanei che condividono con te una missione, un sogno così bello che attraversa tutta l’Italia. Con il cuore pieno di emozioni, abbiamo ufficialmente chiuso la carovana con un ultimo momento di condivisione collettiva, prima di avviarci verso Scampia, dove ci aspettava l’inizio di un’altra bellissima esperienza chiamata “Libera in Goal…”

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