Nino e Ida 25 anni dopo: la Speranza vive

di Valentina Aiello

Ida e Nino Agostino

Ida e Nino Agostino

5 agosto. Per alcuni questa data significa sole, vacanze, relax. Per altri significa la progressiva fine dell’estate, l’avvicinarsi dell’inizio dell’anno lavorativo e scolastico.
Per altri ancora non significa proprio nulla.
Ma si sa che è proprio dalle date che iniziano le storie, è grazie alle date che si riesce a ricostruire un percorso, per collegare i ricordi e le emozioni ai luoghi e ai volti delle persone. Per il movimento di Libera e per tutto il mondo dell’antimafia sociale, il 5 agosto emana, quasi senza accorgersene, gli sguardi di un uomo e di una donna. I volti di un padre e di una madre privati ingiustamente di due delle cose più importanti che avevano: il figlio e la nuora. Il 5 agosto, per queste persone, significa dolore, violenza e ingiustizia.
Il 5 agosto ricorre l’anniversario dell’omicidio di Nino Agostino e Ida Castelluccio, coniugi brutalmente uccisi da mani ignote nel 1989. Ricorre l’omicidio di due innocenti, ricorre il dolore di una ferita che non è ancora stata curata.

Il coordinamento di Libera VCO ha voluto incontrare i familiari di Nino e Ida una sera di quest’inverno, a Omegna, nell’ambito del programma di eventi chiamato “Cento passi” verso la fiaccolata del 21 marzo, in memoria di tutte le vittime innocenti di mafia. Ha deciso di invitare i familiari di Nino e Ida anche perché è a queste due vittime di mafia che è dedicato il neonato presidio omegnese, che ha quindi avuto la grande occasione di conoscere la storia attraverso le parole dei cari.

Il padre Vincenzo, dalla lunga barba e dallo sguardo severo, quella sera si alza in piedi a raccontare per primo. «Grazie di averci invitato, grazie alle autorità. Vedo tra il pubblico alcune divise: anche mio figlio ne portava una». Vincenzo comincia dall’inizio, da quando lui e sua moglie Augusta misero nel loro “nido d’amore” quattro uccellini. Uno di questi era Nino. Sentendo la vocazione per la difesa dei deboli, egli entrò giovanissimo del corpo della Polizia, per credere fino alla fine nel giuramento che fece allo Stato, un giuramento di fedeltà. Vincenzo conserva ancora il fazzoletto che Nino portò quel giorno e lo mostra al pubblico con orgoglio, prima di continuare a raccontare.
In una delle estati che passavano al mare, Nino ebbe il classico “colpo di fulmine” con la giovane Ida Castelluccio, che sposò dopo poco, in quell’estate del 1989 piena di eventi, che si rivelò essere anche l’ultima. Infatti, quel 20 di giugno, Nino aveva scoperto un borsone pieno di 58 chili di tritolo fra gli scogli della spiaggia dell’Addaura, vicino al punto dove il giudice Giovanni Falcone andava a veleggiare e aveva la sua villa. Subito dopo aver denunciato il ritrovamento, cominciò a indagare su questo attentato (stranamente) fallito ai danni del magistrato. È a questa impresa che si lega la sua condanna: il 5 agosto 1989, a Villagrazia di Carini, succede quello che Nino temeva segretamente già da un po’ di tempo. Stavano per entrare in casa, quando due sicari in motocicletta cominciano a sparare sul poliziotto disarmato. Vincenzo, quando sente il primo sparo, pensa siano dei petardi. «Sono iniziati presto quest’anno, i botti di ferragosto» pensa. Poi riconosce la voce di Ida, che urla: «Mi stanno ammazzando mio marito!». Si precipita giù per le scale, fino al portone, dove assiste alla scena: Nino, mentre si accascia a terra trapassato dai proiettili, spinge dentro casa la sua sposa, che si rialza e minaccia quei mostri, «Io so chi siete!», fa in tempo a gridare. Poi un colpo solo, al cuore, e Ida muore, assieme al figlio che portava in grembo da cinque mesi.

Quando parla Augusta, la mamma di Nino, trapela tutto il dolore dei cari: «Mio figlio amava la vita, amava la suo sposa. Quest’anno, nel 2014, invece che venticinque anni di matrimonio, invece che le nozze d’argento, mio figlio e la sua sposa faranno venticinque anni di morte». Augusta e la sua famiglia chiedono verità e giustizia da quel tragico 5 agosto 1989, verità e giustizia che non hanno ancora ricevuto. Non è mai stato permesso loro di vedere gli appunti che Nino aveva lasciato fra le sue carte: “Segreto di Stato”. I familiari ne avevano il diritto, ma gli è stato negato. Il padre, sulle bare del figlio e della nuora, ha giurato di non tagliarsi più né barba né capelli, fino alla scoperta della verità. Ad oggi, la barba e i capelli di Vincenzo sono lunghi e bianchi, testimoni del lunghissimo tempo che è passato senza risposte, risposte che lo Stato doveva fornire, anche in nome del giuramento che Nino gli aveva fatto.

Il racconto di Vincenzo e Augusta ha scosso tutti i presenti, in particolare quei ragazzi che con il nome di Nino e Ida accompagnano il loro impegno quotidiano: i ragazzi del presidio di Libera “Nino Agostino e Ida Castelluccio” di Omegna.

Commenta così Sophie: «La mafia mi sembrava un fenomeno lontano dalla mia realtà e sentendo parlare la famiglia Agostino ho potuto capire quanto la realtà della mafia sia vicina. La mafia colpisce chiunque rappresenti un ostacolo al raggiungimento del loro obiettivo. La famiglia Agostino ha perso un suo membro e non riesco a capacitarmi che ancora oggi non possano individuare il colpevole!».

Edoardo, allo stesso modo, esclama: «E’ stata una grande emozione vedere come Vincenzo Agostino, il padre di Nino, si sia commosso mentre raccontava la storia del figlio. Le sue parole mi hanno fatto capire veramente cosa significa lottare contro la mafia e mi hanno spronato a continuare il lavoro con Libera».

Anche Silvia si è sentita molto coinvolta da questa storia: «A volte la mafia può sembrare un fenomeno astratto, che ci sfiora semplicemente ma non ci riguarda direttamente, invece ci sono persone che hanno deciso di dare uno scopo ben preciso alla loro vita: far conoscere il male che questo tipo di criminalità può fare a dei singoli cittadini italiani proprio come noi. Alcune di queste persone sono i familiari di Nino e Ida, che con la loro preziosa testimonianza e i loro racconti hanno fatto commuovere anche noi e ci hanno dimostrato quanto la mafia in realtà non sia solo un “qualcosa” di cui parlano i giornali, ma una vera spina nel fianco della nostra bellissima penisola, che deve essere rimossa al più presto».

Infine Chiara, referente del presidio, racconta: «La prima volta che sentii parlare di Nino e Ida, la loro vicenda mi pareva così lontana dalla mia realtà che faticavo a credere che le persone potessero essere uccise solo perché intralciavano il cammino di qualcun altro. Ma dopo l’incontro con Vincenzo Agostino e la sua famiglia, ho aperto gli occhi e ho potuto constatare che nel Mondo ci sono tante ingiustizie, ma perdere un figlio solo perché era un uomo giusto e onesto è forse una delle peggiori. Nino, come tutte le vittime di mafia, merita memoria e ricordo, ed è quello che il mio presidio si è preso l’impegno di mantenere. Perché, di fronte a queste atrocità, non si può solo stare a guardare, ma il minimo che una persona può fare è ricordare e impegnarsi affinché l’unico male che la mafia possa fare sia contro sé stessa».

Il coordinamento di Libera VCO con la famiglia Agostino

Il coordinamento di Libera VCO con la famiglia Agostino

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